27 aprile 2010 _ di Federico Franzin per Contempo (http://osservatoriocontempo.blogspot.com/)

FF: Cominciamo parlando un pò di te. Chi sei, da dove vieni, la tua formazione...

GN: Sono un turista. Sono quel che faccio. Faccio un giro — un tour — del mondo nel quale sono nato, prima di dissolvermi trasformato in nuove strutture che non saranno me. Un giro rapido... accontentandomi, pur essendone frustrato, dei luoghi e delle esperienze che mi appaiono essenziali, cosciente della finitudine del mio tempo (vivo assieme alla prospettiva della mia morte sin da l’età di undici anni). // Vengo dai Testimoni di Geova. Battezzato di mia volontà. Per via del grande disprezzo provato nei confronti dei miei simili, attratto dalle illustrazioni delle riviste Torre di Guardia e Svegliatevi, nelle quali vedevo campanili cascare addosso a donne e bambini, vecchietti sprofondare in precipizi improvvisamente aperti da Geova ad Armaghedon. E per — io — gioire di una vita eterna. // La mia formazione è in corso. La mia forma evolve di continuo. Ma considerando la domanda da un punto di vista triviale, la risposta è graphic designer.

FF: La tua produzione artistica comprende anche opere pittoriche. Ne vuoi parlare?

GN: Questo mese di maggio dipingerò tutto ciò che ho da dipingere e poi, a parte se una delle gallerie che contatterò questo fine estate mi proporrà di esporre, riprenderò il discorso solo tra una ventina di anni, quando il mio corpo non mi potrà più portare come mi porta ora. Poiché questo non è il momento per dipingere: ci sono attività che posso avere soltanto ora. A ottant’anni potrò ancora imbrattare, adesso devo sfruttare il mio corpo possente. Riguardo i dipinti, m’importa tracciare senza il minimo rispetto. Non si può arrivare a nulla stimando chi ci ha preceduti e gli utensili che abbiamo in mano. Ogni cosa deve essere aggredita. Non dipingo per rappresentare ma per presentare un’attitudine.

FF: Da dove nasce la tua ossessione per il corpo? E cos’è il corpo per te?

GN: Nasce quando a vent’anni, dando le mie dimissioni ai Testimoni di Geova, mi impossessai finalmente del mio culo. Durante tutta la mia infanzia poi la mia adolescenza, vissi considerando il corpo un imbarazzante compare da ignorare. Quando divenni mio, già dopo un mese ero cantante per una band di punk hardcore e, subito al primo concerto, feci uscire sangue ad un tizio nel pubblico. Non ero affatto cambiato, è solo che avevo detto a me stesso. E il corpo mi rimase — e mi rimane — primordiale perché chi cerca la radicalità non se ne può allontanare. Per andare verso cosa? Sono sì ossessionato dal corpo (dal mio, dai vostri) per esserne stato cosi a lungo privato, ma anche perché è la radice. Chi si occupa di altro si disperde. // Non abbiamo un corpo, ma siamo corpi. Non siamo anime contenute, i nostri corpi non sono appartamenti. E i pensieri sono secrezioni dei nostri viscidi cervelli come la bile è secreta dal nostro fegato.

FF: Personalmente ho trovato le tue performance pubbliche decisamente forti e aggressive. Un mood particolarmente punk, se vogliamo. Vuoi parlare un pò di questa ricerca di confronto?

GN: Andando al sodo, confrontarsi con un corpo significa o lottarci, o scoparci. Quando mi vedo gente intorno, immobile, come nel metrò, per l’opening di una mostra, facendo la fila alla cassa di un supermercato o in una sala concerto, mi sento accendere da una folle eccitazione che mi elettrizza le membra facendomi talvolta sudare dal dolor di dover contenermi. È soltanto scendendo da un palco, che mi autorizzo a dare un quarto di sfogo alle mie voglie; e se questo pubblico che ho di fronte reagisce con altrettanta violenza, per me va bene, non me ne scandalizzo. Durante la tournée con Jean-Louis Costes (Holy Virgin Cult Tour) che nel 2003 mi portò a dar fuoco ai miei peli pubici su circa settanta scene, mi capitò, ad esempio a Los Angeles, di ritrovarmi a leccare la fica di una ragazza del pubblico senza nemmeno averla prima guardata in faccia; o, a Parigi, di baciare uno spettatore a caso, spingendo con la lingua nella sua bocca i vomiti dei miei due compagni, da me precedentemente recepiti in bocca — ma anche nel naso e negli occhi, non è tanto facile far prova di precisione travasando a cascata. E quando la gente disgustata scaglia contro di me sedie e bottiglie, io l’accetto. Quando tale ragazza di Chicago si strofinò la vulva contro la mia coscia, mi andò altrettanto bene. Ma c’è un limite: farmi spaccare il naso è divertente (perché fà sangue ma non diminuisce le capacità del mio corpo), perdere un occhio non mi va (se mi facessero — o tentassero — qualcosa che potesse mettere in pericolo la mia salute, allora picchierei — ma non è affatto mia intenzione fare a botte). Io stesso mi controllo: mai mi permetto ciò che davvero vorrei fare. Mi limito a maneggiare i corpi. Senza prima passare da tutto un protocollo. Cioè desacralizzando. (Vorrei fosse tanto più semplice toccarci.)

FF: Il viaggio sembra essere una parte fondamentale della tua ricerca umano-artistica. Fin dove ti sei spinto?

GN: Fino ad intraprendere una escursione che pensavo mi sarebbe stata mortale. Non mi portai dietro mezzi di telecomunicazione apposta per non poter in nessun caso chiamare soccorsi. Nel treno che mi portava a Mosca, fui così terrorizzato e convinto di dover morire in questa avventura, che piansi nelle braccia di una diciottenne. Partii da Petropavlovsk sulla penisola di Kamchatka (Siberia estrem’orientale), persi 21 chili in 27 giorni. Dovetti nutrirmi di erbe amare, formiche e vermi per far funzionare un minimo il mio stomaco. Appena tornato in città, mangiai cosi tanto — e soprattutto cosi bruscamente — che quasi mi uccisi (presi 10 chili in 5 giorni) come successe a tanta gente appena scarcerata dai campi di concentramento. Ma l’apice di questo viaggio fù quando bloccato dalla congiunzione di due larghi torrenti, dovetti scegliere tra rimanere lì morendo di sicuro entro un mese, o provare ad attraversare nuotando con un solo braccio nella corrente gelida ed irrequieta, morendo probabilmente nei prossimi minuti.

FF: Che importanza ha la lotta e la violenza nella tua ricerca?

GN: Questa importanza è alta. La violenza è amore (solo chi ama può fare la guerra). La mia tanta violenza è dovuta al mio tanto amore della vita. Per raffreddarmi, mi reco in un club di Berlino dove insegnano mixed martial arts e mi confronto con gente più forte di me. Sono apprezzato per la mia combattività. Un anno fà ho perso (spero tanto temporaneamente) la capacità di cantare gli acuti per via di uno strangolamento prolungato subito per non aver voluto darla vinta tanto facilmente al maciste dietro di me. Ma vivere significa fare (e farsi) violenza. Chi non lo accetta scompare.

FF: Fino a dove ti vuoi spingere?

GN: Ci sono cose che non si possono fare se prima se ne parla.

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